Ago 2017 – FESTIVAL CERCANDO AMADE’

Festival Internazionale di Musica 20 agosto- 10 settembre 2017

Direttore Artistico Enrico Bronzi

Un’orchestra ed un coro d’ amici, come l’Orchestra d’Archi Italiana ed il Coro del Friuli Venezia Giulia,  un direttore artistico pieno d’entusiasmo, come il M° Enrico Bronzi,  un neopresidente visibilmente  emozionato, il M° Paolo Pellarin ed un sindaco senza parole, Maria Teresa Senatore.  Siam tutti qui al Teatro Russolo di Portogruaro la sera di domenica 20 agosto 2017 per dar inizio a quella lunga narrazion su un compositor che forse più d’altri ha bisogno d’esser raccontato. No, non serve cercare Amadè. È lui stesso a venirci incontro con quel sorriso sfuggente appena accennato e quella inseparabile giacca rossa. È una personalità enigmatica la sua, nella quale si armonizzan, senza difficoltà alcuna,  l’opera italiana, la musica sacra e popolare, quella massonica e la polifonia nordica  per dar vita ad un prisma dalle mille sfaccettature che gioca con la luce del sole. Ed il Kyrie della “Messa dei passeri” scritta nel 1775 è una festa che anticipa lo sbocciar del Gloria,  la festa di chi sa bene di poter confidare in ogni momento nella misericordia di Dio che si estende su tutte le creature mentre il suon s’alza limpido, chiaro, misurato, ponderato,  perfetto, perché “ogni dono perfetto viene dall’alto”. (Gc 1; 17).  Par di scorger il profeta Isaia che contempla il Signore assiso in trono tra i cherubini mentre il suo luminoso manto, lambisce appena il maestoso tempio di Gerusalemme. In una Salisburgo assai poco tollerante,  che trent’anni prima della sua nascita aveva espulso dalla chiesa e dalla città la popolazione di fede luerana,  Mozart ci mostra il trionfal canto della creazion risorta in cui ogni peccato è perdonato e dal cuor non può non sgorgar lieta semplice, pacata e serena la preghiera dell’Ave Verum Corpus in re maggiore  K 618,   una vera e propria professione di fede: Ave, o vero corpo, nato da Maria Vergine,/ che veramente patì e fu immolato sulla croce per l’uomo,/ dal cui fianco squarciato sgorgarono acqua e sangue: /fa’ che noi possiamo gustarti nella prova suprema della morte. / O Gesù dolce, o Gesù pio, o Gesù figlio di Maria. / Pietà di me. / Amen.” E mentre la  paperella di gomma m’ accompagna sulla strada del ritorno, son sempre più convinta che qualsiasi immagine divina Wolfgang  avesse amato, conduca sempre a quel Padre che ricapitola a sé ogni cosa in Cristo. Ed è tutto lì Amadè, nel prezioso Concerto per pianoforte e orchestra n 12 in la maggiore K 414  portato in dono dalla Kremerata Baltica, fondata nel 1997 dal violinista Gidon Kremer, e dal pianista Roberto Plano. Un vero gioiello d’eleganza raffinatezza e sublime equilibrio tra temi principali e secondari,   in un gradevolissimo gioco d’ascolto frutto dei coraggiosissimi anni viennesi durante i quali,  l’intraprendente figlio di Leopold lasciatosi alle spalle l’opprimente giogo salisburghese,  prova a muover i primi timidi passi sull’angusta ed ardua via che delineerà la figura di musicista libero ed autonomo. Ma ecco che all’improvviso l’armonia vien rotta dalle profonde ed imprevedibili dissonanze della Sinfonia per archi e percussioni di Lepo Sumera nato a Tallin nel 1950. È da lontan sembra di sentir l’esercito di Babilonia che da Nord si riversa su Israele come un impetuoso fiume prima che la pace ritorni e, dalle dita d’Alessandro Taverna, nascan le note del Concerto per pianoforte e orchestra n 14 in mi bemolle maggiore K 449 che s’appoggian comodamente l’una dopo l’altra sulla partitura  ricostituendo,  una volta per tutte,  l’Alleanza precedentemente infranta. E così, quel fanciullo tanto pien di genio quanto di sregolatezza,  la sua strada presto trova seguendo alla lettera una saggia istruzion del padre che gli consiglia di lavorare non solo per il pubblico musicale ma anche per quello non musicale, perché per dieci veri intenditori altri cento son  ignoranti. Ma vien presto il momento, per Amadeus,  d’andar oltre il sogno paterno d’un futuro sereno e sicuro per dar ascolto una volta per tutte alla sua vocazione e,  proprio durante la gioiosa e fruttuosa permanenza a Vienna, prendon vita il “Così fan tutte” e, naturalmente  il “Don Giovanni”. Ecco allor ch’il mito del seduttor per eccellenza,  per il qual l’amor dura solo il tempo d’un allegro scherzo, divien tanto celebre da suscitar l’interesse di molti compositori. Ben lo ricorda, infatti Franz Liszt,  con le sue Reminescences de Don Juan S. 418 e la delicata reinterpretazione  del famosissimo duetto  “La ci darem la mano” tra il protagonista e Zerlina, promessa sposa del giovane Masetto,  la quale, dopo un iniziale “vorrei e non vorrei” subito cede alle lusinghe di colui che le promette di “cangiar sua sorte e di andar a ristorar le pene con il cocente amor”. Ma il savio consiglio paterno maggior concretezza ancor acquista,  quando l’arte tersicorea s’allontana dai palazzi, dai lussi e dagli sfarzi per giunger, il 25 d’agosto, tra le arcate della suggestiva Villa Comunale. Assai velocemente la danza sa mutar,  cosi come cangian  i popoli e la Storia, e se con Haydn e Schubert era ancora la classicità del minuetto ad imperar, con Wolfgang è il piacer del corpo, a trastullar i giovani dei ceti meno abbienti.  È davvero originale allor scoprir tra le gustose note dell’austriaco Radauer Ensemble,  le Landelerische Tanze K 606 nascoste nella filigrana delle graziose melodie provenienti dalla regione dei laghi a nord di Salisburgo, terra natale della madre, Anna Maria Pertl. E mentre il lento canto dello jodel sovrasta le valli, con somma meraviglia, scopriam  come Beethoven, nel quarto movimento del Quartetto n° 13 in si bemolle maggiore, abbia saputo trasformar il cullante ritmo della danza tedesca, in una vision quasi onirica per poi lasciar spazio ad Arnold Shonberg che,  prima d’inventar la dodecafonia, compone per il suo Ensemble Polyhymnia, dieci walzer giovanili, restituiti a noi dal tempo non più di quindici anni fa. E la sera successiva non mancan certo gli omaggi al Salisburghese con Ludwig van che gioca allegramente con le note di  “Se vuol ballare signor contino”,   tratta dall’opera “Le nozze di Figaro” nata anch’essa durante la fortunata permanenza viennese, su libretto di messer Lorenzo Da Ponte. Agisce con scaltrezza il nostro Figaro ben sapendo come smascherar il Conte d’Almaviva che della bella Susanna invaghito si è. “Se dunque il signor conte vorrà ballar il chitarrino lui suonerà, alla sua scuola la capriola gli insegnerà e piano piano dissimulando ogni arcano lui scoprirà, cosicchè di qua pungendo, di là scherzando tutte le macchine rovescerà”. E come dimenticar il chitarrista Fernando Sor, nato a Barcellona nel 1778 con le sue “6 Arie per chitarra sola”,  in cui evoca la leggerezza di quel magico flauto e Pierre Jean Porro che con il suo Gran Trio “Extrait de Mozart per violino chitarra e violoncello, soltanto abbozza  i contorni d’un mozartiano ritratto  quasi avesse paura di entrar nei segreti d’un Immortale perennemente combattuto tra la passion per il comporre e la contingente necessità di dedicarsi all’insegnamento per tentar di metter insieme ogni giorno il pranzo con la cena? Sembra infatti che non siano stati molti gli allievi di Amadè, data la sua scarsa propensione per l’attività didattica, ma,  nonostante questo,  par ch’egli fosse contento d’impartir lezioni dando anima e corpo, soprattutto a coloro i quali manifestavano la gioia d’imparare. Tra questi due son ricordati per il loro spiccato talento musicale l’inglese Thomas Attwood e lo slovacco Johann Nepomuk Hummel. Il primo ha il merito di aver diffuso in Inghilterra la musica di Wolfgang, il secondo, invece, fa da ponte tra Classicismo e Romanticismo. Semplice, quasi ripetitivo è lo stil dell’anglosassone lontano da ridondanze e inutili pleonasmi davvero adatto per lodar, insieme al Coro Polifonico La Martinella, diretto dal M° Alessandro Maurutto,  lo Spirito datore di Doni che ispira le anime con il fuoco celeste e diffonde la pace nelle case guidando alla conoscenza delle Tre Persone Divine. Giocoso e vivace è invece il Quintetto per pianoforte ed archi, op. 87 di Hummel,  dove gli strumenti s’inseguon senza sosta in una leggiadra corsa contro il tempo. E che dir infine di Franz Schubert che, come Mozart, sublima la sua vita nella composizione, facendo, del suo Quintetto per pianoforte ed archi in la maggiore op. 114, D 667, meglio conosciuto come La Trota,  una sorta di dipinto ad olio pieno di cielo con uno stagno in mezzo ad un prato e quel piccolo pesce che cerca disperatamente di divincolarsi per sfuggir alla cattura d’un amo implacabile?  Ma è in quella biblioteca che avviene il fatal incontro tra il mecenate Gottfried Van Swieten ed il Viennese.  Per ben due anni egli arriva insolitamente puntuale con la sua viola sotto il braccio letteralmente folgorato da due pietre miliari dell’arte di Euterpe come Bach ed Handel. Pullula di musicisti quella piccola stanza piena di libri ingialliti dal tempo che divien, ben presto, una vera e propria Accademia vibrante di Pensiero.  E nelle Trascrizioni di 6 fughe a tre voci per trii d’archi K 404 che rendon onore a Johann Sebastian e al figlio Wilhelm Friedemann par di distinguer chiaramente la scala di Giacobbe che sino al ciel risale circondata da angeli ascendenti e discendenti. È uno spirito libero quello di Amadè che, nel suo Quartetto per pianoforte e archi in mi bemolle maggiore n 2, K 493,  ancor però non riesce a spiccar il salto verso quel prorompente alito di vita che sarà Beethoven. Chi come Wolfgang canta la vita e l’amore, poi,  tutto deve a messer Pietro Metastasio, sovran del melodramma che nel 1730 giunge in terra austriaca. E mentre una ragazza s’affaccia ad una finestra struggendosi per l’infame crudeltà d’Amor,  un violoncel riempie tutto lo spazio lasciato da un soprano nella Serenata per chitarra, violino, violoncello op. 19 di Mauro Giuliani, e noi veniam a scoprir ch’anche gli eroi innalzati all’ Olimpo del mito altro non son che vittime inermi di quell’atroce passion ch’ogni fibra di sangue fa palpitar. E così incontriam Olimpiade, amata dall’infelice Megacle Artaserse e Semira, Ezio, prode generale romano, emblema della perfetta virtù e Temistocle vincitor dei Persiani a Salamina perdutamente innamorato di Rossane, principessa di sangue reale,  amante di Re Serse. E quando nel 1784, quasi alla fine della sua vita, Wolfgang entra a far parte di quella segreta associazion sospesa tra razionalismo scientifico, neoplatonismo ed esoterismo che porta il nome di massoneria, la fede nell’amicizia e nella fratellanza universale diventan il suo baluardo. Una relazione tra fratelli pari alle delizie dell’Eden, un legame alto ed intimo donato da Dio stesso per istruir gli uomini ad amarsi come lui ha amato. Una luce più luminosa della stella d’Oriente che, nel Flauto Magico. guida il Principe Tamino fino al tempio di Iside ed Osiride dove il giovane purificherà se stesso acquistando ragione e saggezza prima di raggiunger la sua Pamina ed affrontar con lei le tre prove che lo porteranno a coronar il suo sogno d’amore. Se dal sacro siam partiti al sacro ancor ritorniamo con l’Orchestra d’Archi Italiana diretta dal M° Davide De Lucia ed il 10 settembre alle ore 21.00, la profonda luminosità delle Cantate del compositor di Eisenach pervade l’intero Duomo di Portogruaro. È un cerchio che si chiude per riaprirsi in un caloroso abbraccio verso il pubblico il qual per esser comunità, altra arma non ha se non l’ascolto attivo della Parola d’un Creatore che è Luce, Vita, Sostegno e sublime Consolazione.

Elena Toffoletto